Meta...stasi di un social

Meta, la società madre di Facebook e Instagram, ha annunciato cambiamenti significativi nelle sue politiche di moderazione dei contenuti. A comunicarlo è stato lo stesso CEO dell’azienda, Mark Zuckerberg, che ha dichiarato l'intenzione di porre fine al programma di fact-checking affidato a terze parti, sostituendolo con un nuovo sistema chiamato "Community Notes". Questo meccanismo consentirà agli utenti di aggiungere contesto a post potenzialmente fuorvianti, adottando un approccio simile a quello già implementato sulla piattaforma X (ex Twitter) di Elon Musk.
Un approccio che inevitabilmente porterà a una minore capacità di identificare la disinformazione, già ampiamente dilagante sui social di proprietà di Zuckerberg, per non parlare di X. Nonostante ciò, il CEO continua a sottolineare l’importanza di ridurre la “censura ingiustificata”, ignorando, però, che nella realtà dei fatti Meta è stata più volte fortemente criticata per aver attuato censure mirate, come nel caso recente della rimozione sistematica di contenuti pacifici a sostegno della causa palestinese. Questi cambiamenti, tuttavia, non sono casuali, poiché avvengono in un momento in cui Meta sta cercando di ricucire i rapporti con le élite politiche americane, in particolare dopo la recente vittoria elettorale di Donald Trump. Zuckerberg ha infatti avviato iniziative per allineare le politiche dell'azienda alla visione della nuova amministrazione sulla libertà di espressione, tra cui un incontro con Trump e, più recentemente, la nomina di alcuni suoi alleati nel consiglio di amministrazione di Meta
Come se non bastasse, Zuckerberg ha dichiarato che gli Stati Uniti vantano le “protezioni costituzionali più solide al mondo per la libertà di espressione”, mentre l’Europa starebbe introducendo un numero crescente di leggi che “istituzionalizzano la censura”, rendendo difficile costruire qualcosa di innovativo. Un’affermazione che sembra quasi uscita direttamente dalle narrazioni tipiche del neo-populismo di destra americano, ed è tanto sorprendente quanto paradossale se si considerano le numerose misure adottate negli ultimi anni in diversi stati americani per limitare le libertà individuali. Tali restrizioni colpiscono in modo particolare le minoranze e chi ha meno rappresentanza nel discorso politico mainstream, mettendo in discussione proprio quel presunto primato statunitense sulla libertà di espressione che Zuckerberg rivendica. Pensiamo, ad esempio, ai diritti riproduttivi e alla criminalizzazione dell’aborto, come dimostrato dall’Overturning of Roe v. Wade nel 2022, grazie a una Corte Suprema dominata da giudici pro-Trump. Oppure all’attacco ai diritti LGBTQ+, con leggi come le Anti-Trans Legislation approvate in molti stati a guida repubblicana. Per non parlare dei “book bans” e delle restrizioni curricolari, frutto degli sforzi dell’apparato conservatore, che hanno portato alla rimozione dalle biblioteche scolastiche di libri che trattano temi come il razzismo, i diritti LGBTQ+ e la giustizia sociale. A ciò si aggiungono le leggi contro la Critical Race Theory (CRT), che vietano o limitano l’insegnamento del razzismo sistemico e della storia delle ingiustizie razziali negli Stati Uniti, soffocando il pluralismo democratico e impedendo alle nuove generazioni di confrontarsi con una visione critica e completa della storia.
L’Europa, chiaramente, non è un paradiso, e nessuno nega che alcune delle sue regole possano essere discutibili o perfettibili. Tuttavia, molte di queste normative mirano a scongiurare il rischio che si crei una situazione analoga a quella degli Stati Uniti, dove le libertà fondamentali vengono progressivamente compromesse. I progressi sociali, sia in Europa che altrove, sono il risultato di lotte decennali, costate a molti un prezzo altissimo, spesso persino la vita. Non mi sembra quindi giusto sacrificare tali conquiste, né svendere la propria integrità, sull’altare dei profitti delle nuove oligarchie delle Big Tech, il cui modello economico si nutre della mercificazione della privacy e della diseguaglianza sociale Per questo motivo ho deciso di non essere complice di questo meccanismo. Preferisco, da ora in poi, circondarmi di una cerchia più ristretta, magari composta da appassionati di tecnologia e consapevoli dei danni che le piattaforme “social” stanno infliggendo alle nostre società e democrazie, piuttosto che continuare a far parte di un sistema che alimenta disinformazione, divisioni e manipolazione. Credo sia più importante costruire relazioni autentiche, basate su valori condivisi, che inseguire la falsa connessione offerta da questi strumenti.
Ciò che sta accadendo negli ultimi anni, con un’accelerazione evidente nel periodo post-Covid-19, fa parte di quello che alcuni analisti del web definiscono un processo generale di “enshittification”. Questo termine descrive il fenomeno per cui una piattaforma, inizialmente pensata per essere utile e vantaggiosa per gli utenti e i creatori, si degrada progressivamente fino a trasformarsi in una macchina progettata esclusivamente per massimizzare i profitti, sacrificando qualità, trasparenza e fiducia. Con il contesto ormai chiarito, ecco la soluzione che ho scelto, consapevole che non può essere universale, ma che per ora soddisfa le mie esigenze, nonostante alcune inevitabili rinunce. Personalmente, prediligo soluzioni open source o piattaforme che pongano al centro la protezione dei dati personali. Non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché rifiuto categoricamente di essere trattato come un prodotto. La mia privacy e la mia dignità non sono merce di scambio.
Un ottimo punto di partenza è rappresentato dall’idea di Fediverso, un ecosistema di piattaforme social decentralizzate e federate, che si distingue nettamente dai social tradizionali come Facebook, Instagram o X. Invece di essere controllato da una singola azienda, il Fediverso è composto da migliaia di server indipendenti (istanze), ognuno con le proprie regole e politiche, ma in grado di comunicare tra loro in modo fluido. Può essere paragonato al sistema delle email: puoi creare un account su un server e interagire con utenti registrati su altri server, indipendentemente dalla piattaforma scelta. Ad esempio, puoi utilizzare Mastodon per il microblogging (simile a X), Pixelfed per condividere foto (come Instagram) o PeerTube per guardare e condividere video (come YouTube). Tutte queste piattaforme fanno parte di una rete interconnessa e collaborativa.
Abbiamo vissuto fin troppo a lungo sotto l’influenza dei colossi tecnologici, al punto da perdere di vista ciò che conta davvero: le comunità locali, decentralizzate e federate, orientate al benessere collettivo anziché ai profitti del prossimo trimestre finanziario. Questo sistema ci ha reso dipendenti da dinamiche che spesso sacrificano i valori fondamentali in nome di un guadagno immediato, ma a lungo termine insostenibile. So già che questa scelta avrà un costo: pochi mi seguiranno, e non ho alcuna intenzione di fare il predicatore o l’evangelista delle alternative digitali. Tuttavia, se questo post riuscirà a farti riflettere anche solo per un momento, sarà per me un risultato significativo. Non si tratta di cambiare tutto subito, ma di iniziare a porre le basi per un futuro più consapevole e libero dalle logiche imposte da individui come Musk e Zuckeberg.